Intervista a Tatiana Crivelli Speciale

L’intervista a Tatiana Crivelli Speciale, professoressa ordinaria a Zurigo per la letteratura italiana.

Perché andare a studiare letteratura italiana a Zurigo piuttosto che in Italia o in Ticino?

Sono due modi diversi di affrontare lo studio. Uno è quello che ci mantiene all’interno della nostra tradizione culturale, linguistica, storica. L’altro è quello che associa gli studi letterari a un discorso di studi culturali, che prevede una grossa quota di interazione con altro, altre lingue, discipline, modi di guardare al testo letterario. Zurigo è un luogo straordinario per questa sua internazionalità, permettendo di tenere viva questa dimensione multiculturale, che secondo me sta proprio al cuore del nostro essere svizzeri.

Che cosa l’ha spinta a interessarsi a una letteratura contemporanea e moderna, focalizzandosi su Leopardi?

Il fulcro della modernità secondo me è Leopardi. Leopardi ti porta sia indietro, al Settecento, le sue fonti, sia molto in avanti perché i suoi pensieri sono precursori di molte teorie e di molte problematiche che poi vengono svolte e approfondite solo nel Novecento. Oltretutto ho un interesse mio per la filosofia e ho visto molto bene, con la mia tesi di dottorato sulle Dissertazioni filosofiche, come queste problematiche si connettono tra loro: dove uno sta, come ci sta, qual è la sua visione del mondo. Mi stanno a cuore la contemporaneità e la letteratura, che per me non è lettera morta, è qualcosa in cui vivo e che mi aiuta anche a decodificare il mondo in cui sto.

Lei è stata in diverse sedi universitarie, ad esempio in Italia e Stati Uniti. Come sono diverse queste esperienze?

Oggi nel profilo di chi fa una carriera accademica la mobilità è un elemento centrale. L’Italia è stata il punto di riferimento naturale nel corso di alcune ricerche per le biblioteche, gli archivi, mentre gli Stati Uniti sono arrivati con il dottorato, si è aperta un’altra strada: gli ambienti accademici sono meno elitari, è un mondo diverso, perché sono molto attenti a quello che succede oggi, non hanno una prospettiva storica di lungo corso negli studi come c’è in Europa.

Nel 2003 ha ottenuto la cattedra ed è stata la prima donna a dirigere l’istituto di romanistica all’Università di Zurigo e oggi la facoltà può contare numerose donne tra le sue fila: come l’ha vissuto?

Sapendo di essere qualcos’altro non ci si deve adeguare necessariamente, ma ci si può far carico di questa diversità, essendo consapevoli di essere rappresentati di quella minoranza. Se fossi un professore maschio, di mezza età, all’interno di un istituto, rappresenterei me stesso, la mia disciplina. Essendo una donna, giovane, come quando ho cominciato, di un’altra lingua, rappresento simbolicamente anche la professoressa che non ho mai avuto, la ticinese che non c’era mai stata.

Quest’anno ha ricevuto l’onorificenza dell’Ordine della Stella d’Italia per la promozione della cultura italiana all’estero, insieme ad Andrea Fazioli e Marco Solari. Che cosa significa per lei?

La mia lingua e la mia cultura sono legate alla tradizione italiana e per me è un grande onore avere riconoscimenti di questo tipo. Vuol dire che ci si sta muovendo in una direzione positiva e propositiva, e che il lavoro che si fa non rimane chiuso all’interno delle mura dell’università. Credo che il nostro sapere abbia bisogno di entrare in contatto con la realtà che lo nutre. L’italiano è una componente determinante, e non solo accessoria, della nostra identità e coesione culturale, un luogo su cui lavorare.

Caroline Bianchi

Pubblicato sull’Universo, giornale studentesco universitario indipendente, gennaio 2018.

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